La lettura, il cervello… e quando qualcosa non funziona

Che cos’è la lettura? Essenzialmente, un adattamento del nostro cervello ad un processo culturale.

Quindi, imparare a leggere dipende da due elementi: un processo educativo che insegni ai bambini 1) come usare al meglio il proprio apparato sensoriale cerebrale per adattarsi 2) a decodificare gli elementi di quella parte di cultura (che chiamiamo “scrittura”) tipico di un certo contesto umano.

Il cervello, dalla nascita fino al sesto-settimo anno di vita, possiede una “dotazione standard” di capacità estremamente vasto, plastico e adattabile, essenzialmente perché il cervello umano è molto abile a lavorare per schemi associativi: quindi attraverso il processo educativo e di apprendimento non è difficile creare quelle connessioni tra abilità visive, fonetiche e lessicali che permettono la decodifica del testo scritto.

La differenza sta, semmai nel contesto culturale: nel mondo esistono lingue più o meno “trasparenti” (o più o meno “opache”, che è il suo contrario) in funzione della maggiore o minore rispondenza tra il modo di scrivere i fonemi e il modo di pronunciarli: per capirci, la lingua italiana è tra le lingue più trasparenti: quanto si legge di pronuncia come si scrive, al netto di poche eccezioni. Invece, alcune lingue di ceppo sassone (inglese o tedesco) hanno numerose variazioni tra il modo di scrivere le parole e la relativa pronuncia.

Perché la trasparenza delle lingue è così importante? Perché l’incidenza della dislessia è direttamente proporzionale all’opacità di una lingua: nelle lingue opache ci sono più bambini dislessici; in Italia, l’incidenza della dislessia (se la vediamo da questa prospettiva) è relativamente esigua, e tra le più basse al mondo (quindi anche alcune diagnosi andrebbero prese con cautela). Ovviamente è probabile trovare un’incidenza maggiore nei bambini stranieri che la nostra lingua la stanno apprendendo, specie se poi a casa la famiglia tende a parlare la lingua di origine, ma evidentemente non si può parlare di dislessia.

Imparare a leggere significa prima di tutto educare i sensi: addestrare la vista e l’udito a creare quelle connessioni necessarie alla corretta pronuncia fonetica dei vocaboli; creare queste associazioni è un percorso abbastanza complesso: non è detto che tutto vada per il verso giusto, ma un’adeguata consapevolezza del percorso che il cervello fa per arrivarvi permette agli educatori di intervenire dove qualcosa si è inceppato.

Questo, in estrema sintesi, il senso dei tre contributi che oggi pubblico qui: iniziamo a capirci attorno al termine lettura (primo documento), quindi andiamo a capire come il cervello si organizza nel processo di lettura (secondo documento: “il cervello nella lettura”); da ultimo, vediamo in che cosa consista, da un punto di vista della maturazione corticale, quel fenomeno che chiamiamo dislessia (terzo documento: “il cervello dislessico”), imputabile essenzialmente ad un mancato collegamento ( o a un “debole” collegamento) tra le aree del cervello coinvolte quando leggiamo.

Che cosa può fare l’educazione di fonte alla dislessia? Può fare moltissimo, a patto che vi sia un’adeguata consapevolezza dei termini del problema. Credo fermamente che l’educazione contemporanea e futura debba passare da un’adeguata conoscenza dei processi di evoluzione e maturazione cerebrale, dato che le neuroscienze ce lo permettono. Con questa consapevolezza è più facile comprendere “chi fa che cosa” delle diverse figure professionali e sociali (scuola, famiglia, servizi sociali, educatori, medici, riabilitatori) davanti ad un problema di apprendimento; c’è lavoro per tutti, se tutti sanno fare il loro lavoro. Buona lettura

La Lettura

Il cervello nella lettura

Il cervello dislessico

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