Chi sono

Sono nato  Verona, quasi quarant’anni fa, e qui continuo a vivere, in questa meravigliosa città posta naturalmente al crocevia d’Italia, in un nodo che geograficamente unisce il nord con il centro e il sud, e sta a metà tra l’est e l’ovest.

Sono dell’idea che ognuno si noi sia tanto la storia che lo accompagna, quanto il luogo dove è nato: così l’essere venuto al mondo in un “incrocio” mi porta naturalmente a spostarmi ovunque, e a sentirmi a mia volta un incrocio di quella meravigliosa e caotica creatività che contraddistingue gli italiani in tutto il mondo, così poco inclini ad accettare le regole strette, e pure così generosi verso gli altri.

Ho iniziato a relazionarmi con le persone speciali praticamente da sempre, ma ne ho fatto un tempo attivo e dedicato dall’adolescenza, iniziando come volontario in un progetto di sport per l’handicap ideato e promosso dal Centro Sportivo Italiano di Verona; da qui, la passione per la relazione umana si è sviluppata diventando un lavoro, dapprima come operatore per “attività motorio sportiva per handicappati neuropsichici” (allora si chiamavano così), quindi come assistente domiciliare ad una persona speciale adulta, affetta da autismo.

Il servizio civile, a quei tempi obbligatorio come servizio di leva, mi ha portato (non l’ho scelto io: è capitato, come tutte le cose più importanti della mia vita) a passare 12 mesi in una struttura residenziale per disabili gravi. Di qui, al congedo, la scelta di dedicare l’università alla pedagogia, laureandomi nel 2001 in scienze dell’educazione presso l’ateneo scaligero.

Un anno e mezzo prima della laurea, giunge la proposta (anche questa inaspettata: mi hanno reclutato su due piedi in un’aula universitaria durante una delle poche lezioni che ho frequentato) di essere assunto come educatore presso in centro diurno per ciechi pluriminorati, realtà unica nel suo genere, nel quale sono rimasto per quattro anni, e dove ho imparato seriamente il mestiere.

Dal gennaio 2004 inizia la libera professione, in un momento storico dove il pedagogista nemmeno esisteva negli studi di settore dell’agenzia delle entrate: ancora oggi per lo stato italiano il mio settore di attività e “altri servizi alle imprese, non classificabile altrimenti”, anche se confluisco nella famiglia dei pedagogisti, nata solo nel 2007. Da allora mi sono occupato di formazione agli insegnanti di sostegno nei percorsi della SISS, servizio che ho svolto fino al 2010 girovagando nelle sedi comprese tra Milano, Venezia, Roma e quelle della Sicilia, di educazione speciale in alcuni centri della provincia di Verona, mantenendo sempre un’attenzione particolare alle persone cieche, alle quali continuo a prestare la mia opera.

Dal 2004 al 2008 inizio e completo il percorso del dottorato di ricerca, con una tesi in pedagogia speciale sulle difficoltà pre-matematiche delle persone cieche: l’attività libero professionale continua anche in questo periodo, portandomi a collaborare con l’Istituto Palazzolo di Bergamo (tuttora in corso) alternato alle consulenze scolastiche tra le regioni di Veneto e Lombardia, e la formazione nelle aziende Ulss sul nuovo strumento dell’ ICF (la classificazione internazionale del funzionamento, della disabilità e della salute), entrato in uso anche in Italia con forza di legge.

Completa il quadro della mia variopinta professione qualche docenza a contratto all’università, la partecipazione a convegni internazionali di educazione speciale: l’ultimo, in ordine di tempo, in Grecia; in precedenza (2010) sono stato chiamato dal Centre of Rehabilitation of the Blind dell’Albania per formare i primi cinque tiflopsicologi della loro recente storia repubblicana, che stanno coordinando altrettanti centri per ciechi sparsi in tutto il territorio nazionale. Il prossimo? un invito a Vancouver, per la 12^ conferenza internazionale dell’educazione speciale, prevista per luglio 2013.

E nel tempo libero? Beh.. da un anno sono sposato con Silvia (che sopporta stoicamente questo menage facendo anche lei il mio stesso lavoro). Quindi sono appassionato di musica (insegno pedagogia alla scuola di musicoterapia di Bolzano, finchè mi vogliono!), canto in un coro e condivido le vicissitudini di una splendida compagnia teatrale che fa musical, composta da circa quaranta meravigliosi ragazzi e ragazze di età compresa tra i diciassette e i ventisette anni.

Dimentico qualcosa?? Certamente sì… ma lo aggiungerò quando mi verrà in mente

Già che ci sono… allego il curriculum

CV Fabio Corsi

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Fabio Corsi CV English

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4 thoughts on “Chi sono

  1. Massimo Raniero ha detto:

    Sai, io sono un tecno-critico e costruttivamente ti invio il mio appunto su questa tua validissima iniziativa del blog. Come sai, o forse no – ma poco importa, mi occupo dello sviluppo di siti web. Sito web è innanzitutto comunicazione, prima ancora di contenuti e forma di presentazione. Quando sono entrato qui nel blog ho letto “Fabio Corsi, pedagogista freelance”. In questo sottotitolo qualcosa mi è suonato male. No, non il tuo nome e nemmeno il termine pedagogista. E’ proprio “freelance” che mi è suona male. So cosa vuol dire freelance ed è sicuramente vero che lo sei. Il termine è corretto. Non sei un dipendente, sei un libero professionista. Non è un termine però che appartiene alla nostra cultura, se non da poco. Lo ereditiamo dagli americani. Freelance era classicamente il copywriter, cioè quella figura in grado di scrivere bene, svolgendo ed ampliando concetti. E’ un termine questo che a seconda dell’estrazione sociale, del lavoro che ognuno svolge, può assumere una connotazione o cmq un gusto con sfacettature differenti.
    Tra queste sfacettature c’è quella in particolare di chi “NON si impegna in fondo, a cui ti rivolgi in economia”… perchè appunto, non è un professionista, non è uno specialista, non è un dott., non l’è gnente: l’è semplicemente un freelance. Nè carne nè pesce. Le realtà dei fatti non è questa, lo sappiamo, ma essendo un termine nuovo ancora non ci siamo fatti una idea precisa di cosa possa significare. Conosciamo “libero professionista”, che però nel tuo caso suonerebbe troppo formale. Non sei nè avvocato nè altro di tanto paccoso o tecnico. Freelance però è superficiale. Il lavoro che tu svolgi, così complesso ed articolato, merita di più. Non è una cosa che inizia e finisce, intendo la materia che tratti. E’ una continua evoluzione, un continuo studio, perchè muta la società, muta il modo di intendere, concepire e volere. Freelance, quindi, è troppo banale. E quindi cosa ti suggerisco? Non ho nulla da suggerirti: ognuno si deve appioppare la connotazione che vuole. E quindi, che faccio, il critico senza spiragli costruttivi? Ti ho esposto l’impressione che ha fatto a me. Se serve bene, se non serve va bene lo stesso! Forse un “libero pedagogista” lo vedrei bene pensando a te. Fa un po’ “libero pensatore”. Certo, da un punto di vista “commeciale” è meno d’effetto di freelance. Con freelance ti rivolgi a coloro che potrebbero ricercare una figura come la tua e tu specifichi “sono libero, a vostra disposizione”. Ma questo può essere specificato anche nella descrizione di chi sei. Avanti tutta. Ciao!!!

    • fabiocorsi ha detto:

      ciao Massimo! Grazie della tua pronta risposta, e per un po’ di buoni motivi: intanto per il tempismo, in secondo luogo perchè ti presenti con nome e cognome, come tutti ben sappiamo non è scontato nei blog, e infine perchè mi hai dato un’ottima idea (permettimi di ribattere: non è vero che fai solo una critica, con ciò che scrivi vai ben oltre).
      l’etichetta di freelance entusiasma poco anche a me: grazie al tuo commento mi hai aiutato a contestualizzare meglio un termine che, in realtà, ho assunto con un po’ di leggerezza perchè di èrimo acchito mi suonava bene (o meno peggio) di altri; eppoi mi rendo conto che siamo un po’ troppo spesso presi dalle sonorità anglosassoni perché “fa moda” quando in realtà abbiamo una lingua che permette delle sfumature di significato ben più profonde e articolate. Parlando per me stesso, mi rendo conto che la scelta dell’inlese è spesso una comoda “scorciatoia” per non cercare nella mia lingua (e quindi nel mio modo di pensare) una definizione che, per il solo fatto di essere più completa e complessa, è talvolta difficile da trovare (perché implica pensarci!). Alcuni termini “non nostri” (o non del tutto, almeno) si prestano ad una quantità di significati, è non è detto che siano tutti positivi, come giustamente mi fai notare.
      e quindi? Accolgo molto volentieri il suggerimento, credo che ne farò buon uso :-)))))

    • fabiocorsi ha detto:

      ciao Massimo! Grazie della tua pronta risposta, e per un po’ di buoni motivi: intanto per il tempismo, in secondo luogo perchè ti presenti con nome e cognome, come tutti ben sappiamo non è scontato nei blog, e infine perchè mi hai dato un’ottima idea (permettimi di ribattere: non è vero che fai solo una critica, con ciò che scrivi vai ben oltre).
      l’etichetta di freelance entusiasma poco anche a me: grazie al tuo commento mi hai aiutato a contestualizzare meglio un termine che, in realtà, ho assunto con un po’ di leggerezza perchè di èrimo acchito mi suonava bene (o meno peggio) di altri; eppoi mi rendo conto che siamo un po’ troppo spesso presi dalle sonorità anglosassoni perché “fa moda” quando in realtà abbiamo una lingua che permette delle sfumature di significato ben più profonde e articolate. Parlando per me stesso, mi rendo conto che la scelta dell’inlese è spesso una comoda “scorciatoia” per non cercare nella mia lingua (e quindi nel mio modo di pensare) una definizione che, per il solo fatto di essere più completa e complessa, è talvolta difficile da trovare (perché implica pensarci!). Alcuni termini “non nostri” (o non del tutto, almeno) si prestano ad una quantità di significati, è non è detto che siano tutti positivi, come giustamente mi fai notare.
      e quindi? Accolgo molto volentieri il suggerimento, credo che ne farò buon uso :-)))))

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