prossimamente…

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La Sindrome di Tourette

A scuola, negli ultimi tempi, si parla molto di bambini iperattivi: non stanno mai fermi, per loro sembra impossibile seguire le minime regole di convivenza a scuola, non riescono a concentrarsi e spesso disturbano compagni e insegnanti.

Eppure… in loro l’educatore sa per certo che esiste un’acuta intelligenza, profondamente mascherata dal disagio che loro manifestano con questa irrefrenabile attività.

In mezzo a questi bambini, talvolta ne appaiono altri, se possibile ancor più particolari: oltre all’impossibilità di rimanere “a posto”, manifestano “tic nervosi”, la compulsione a ripetere movimenti e suoni ripetitivi, fino a suscitare la profonda irritazione dei compagni e dei coetanei, che di conseguenza li isolano e li scherniscono. E allora  queste manifestazioni diventano ancora più acute e nervose, inizia la tendenza al turpiloquio, si fanno ancora più irritanti….

Si tratta di un disagio sociale, o questo “quadro” può nascondere altro? è la domanda che si è posta la dott.sa Serena Peretti nella sue tesi di laurea: tutto questo potrebbe essere parte di un medesimo complesso fenomeno, la Sindrome di Tourette.

Descritta per la prima volta dal dott. Gilles del la Tourette, questa rara sindrome è stata molte volte trascurata, confusa o assimilata ad altre diagnosi, ma ora sembra che la sua realtà stia tornando alla luce con maggiore chiarezza, grazie anche a studi più recenti e approfonditi.

Con notevole chiarezza espositiva e robusti riferimenti bibliografici e scientifici, la dott.sa Peretti ne traccia un efficace profilo nel suo lavoro di tesi. Vi invito a leggerla, sul suo profilo: probabilmente non avete bambini tourettici, ma questo lavoro fornisce numerosi suggerimenti e riflessioni anche in altri campi dell’educazione speciale.

Buona lettura su:

http://www.linkedin.com/profile/view?id=287582251&trk=eml_inv_status_profile

E, per una visione efficace della sindrome, vi suggerisco il bel film “La mia fedele compagna”, qui la versione integrale:

http://www.youtube.com/watch?v=Fir1aZjaBKo

 

Buona lettura e buona visione

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Al lavoro… sui DSA!

Il lavoro educativo nel ventunesimo secolo è certamente un lavoro complesso: gli articoli precedenti sulle difficoltà di apprendimento lo testimoniano. Siamo in grado di conoscere i processi intellettivi dal loro interno, e dal loro funzionamento: pertanto il lavoro educativo non può esimersi dal conoscerli profondamente!

La realtà dei disturbi specifici dell’apprendimento è emblematica: non si possono trattare se non dopo un’adeguata conoscenza dei processi cerebrali; ecco perché, prima di passare alla fase pratica, oggetto del presente articolo e dei prossimi, non potevo non presentarvi i meccanismi che il cervello segue per imparare a leggere, a scrivere e a calcolare. Da questo momento in poi avete in mano tutti gli strumenti per comprendere che cosa accade, in ordine all’apprendimento, quando le cose “vanno come devono andare, e perché!”; quindi siete pronti ad affrontare la realtà, quando le cose non funzionano.

Il contributo di oggi, che devo all’amico e collega dott. Filippo Mantelli, cerca di mettere un po’ d’ordine rispetto al trattamento psico-educativo dei disturbi di apprendimento, rispetto al quale poniamo in evidenza almeno un paio di cose, brevemente:

  • i DSA sono una realtà complessa, e vanno trattati da diversi punti di vista; differenti professionalità possono trovare il loro ruolo, e la collaborazione è di capitale importanza;
  • ma i DSA sono solo “l’emblema” dell’educazione del terzo millennio: più andremo avanti, più i problemi da affrontare saranno complicati, nel senso letterale del termine, cioè “avranno molte pieghe” tra le quali dovremo essere in grado di orientarci.

Iniziamo, quindi, con un bel documento di sintesi sul lavoro psicoeducativo, corredato da una simpatica presentazione disponibile su YuoTube; proseguiremo nei prossimi articoli con altro materiale normativo e di lavoro. Buona lettura, e per contatti ulteriori: https://www.facebook.com/FilippoMantelliPsicologoPsicoeducatore?fref=ts

Dalla diagnosi… all’intervento psicoeducativo

Quindi date un’occhiata a questo:

https://www.youtube.com/watch?v=On2yoQHZYsU

A presto 🙂

 

 

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Cervello, Matematica e Uomo

Prima di iniziare a scrivere queste nuove righe, qualche doverosa parola di scuse: mi sono allontanato dal blog per diversi giorni, ma l’intensità della vita professionale non mi ha concesso altrimenti!

Quindi, torniamo a parlare di apprendimento, dalla materia che, nell’immaginario collettivo, sembra dividere il mondo in due parti: quello dei matematici, e quello di chi non lo è.

Ma questa “divisione” è veramente reale, e se lo è su quali percezioni poggia?

Partiamo da un presupposto, abbastanza ovvio: la matematica È  e rimane profondamente un prodotto dell’intelletto umano: quindi pensare ad una realtà dicotomica di abili matematici e di persone che invece vi sono negate è del tutto falsa; anche se, per inciso, i “negati” in matematica esistono, come personale avversione ad una visione del mondo che si considera inaccessibile o noiosa.

Ma la matematica È FATTA dall’uomo, semmai il problema è come ci si vi approccia o la si insegna, e le esperienze di vita che si sedimentano attorno al suo apprendere. In uno studio di una decina di anni fa, l’insegnante francese Anne Siety ha raccontato come la matematica incuta in alcuni allievi vero e proprio terrore, fino a creare la categoria di coloro che si considerano nulli in matematica: quegli allievi che, pur ottenendo talvolta buoni risultati, sono talmente sfiduciati da imputare il risultato positivo al caso! (Siety, A., “Matematica… mio terrore!” Ed. Salani, Milano, 2000)

Grazie ad alcuni fondamentali contributi delle neuroscienze, oggi cominciamo a capirne qualcosa di più, e certamente questa nuova consapevolezza potrà avere interessanti ripercussioni anche sulla didattica; vediamone alcune per punti, quindi lascio i dettagli al materiale in allegato, come sempre scaricabile:

  • La matematica è indivisibile dal nostro quotidiano: calcolare il resto dopo un acquisto, fare una transazione con carta di credito, organizzare una festa con gli amici o pianificare gli impegni di una giornata sono eventi che implicano articolate abilità matematiche;
  • La matematica che impariamo a scuola, e la sua notazione, rappresenta solo la versione stenografata della matematica, la sua sintesi, dietro la quale vi sono fior di processi creativi e immaginativi; i quali, per essere sedimentati e trasmessi, hanno certamente bisogno di un linguaggio e di una notazione, ma non bisogna fare l’errore grossolano di confondere (o di far equivalere) la matematica con il suo modo di scriverla;
  • Uno sguardo al cervello: il nostro cervello opera molto bene per processi associativi, una caratteristica che ci permette di essere CREATIVI; spesso, invece, i calcoli e i procedimenti matematici necessitano di lunghi processi logici in sequenza ai quali non siamo naturalmente strutturati, e questo genera sovente gli errori in matematica; per questo fondamentale motivo è opportuno lasciare i calcoli alle macchine (che sono molto coerenti, non sudano, ma non sono creative!) e promuovere negli studenti il piacere di come il mondo possa essere governato da leggi matematiche, senza l’oppressione di lunghi procedimenti di calcolo, che non portano gran ché di nuovo alla nostra cultura
  • Promuovere l’educazione matematica: ossia portare gli allievi a provare, giocare e sperimentare con i numeri: in questa accezione, l’uso di pc e calcolatrici aiuta gli studenti a scoprire la bellezza di alcune strutture matematiche, alimentando la passione per scoprirne i segreti;

Potrei continuare a lungo, ma i dettagli li trovate nel materiale in allegato; mi limito a portare un ultimo esempio, con la speranza che un po’ di consapevolezza in più ci faccia ragionare sulla didattica, con tutta la responsabilità che abbiamo nel promuovere nuova cultura nelle generazioni a venire: avete presente la magistrale esposizione della Divina Commedia fatta da Roberto Benigni? Ecco: proviamo a immaginare che la matematica possa essere insegnata con la stessa passione! Presentare l’opera di Dante senza esordire dicendo che si tratta di “terzine di endecasillabi” forse non toglie nulla alla bellezza del poema, fermo restando che tale informazione la possiamo fornire in momenti successivi! Quindi: perché non mettere la stessa passione nella didattica della matematica?

Buona lettura! e per chi volesse approfondire, consiglio intanto l’ottima opera di Stanislas Dehaene “Il Pallino della Matematica” – Raffaello Cortina Editore; per altre curiosità o amenità, scrivetemi

Cervello, Matematica e Uomo

Cervello, Matematica e Uomo_2

 

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La lettura, il cervello… e quando qualcosa non funziona

Che cos’è la lettura? Essenzialmente, un adattamento del nostro cervello ad un processo culturale.

Quindi, imparare a leggere dipende da due elementi: un processo educativo che insegni ai bambini 1) come usare al meglio il proprio apparato sensoriale cerebrale per adattarsi 2) a decodificare gli elementi di quella parte di cultura (che chiamiamo “scrittura”) tipico di un certo contesto umano.

Il cervello, dalla nascita fino al sesto-settimo anno di vita, possiede una “dotazione standard” di capacità estremamente vasto, plastico e adattabile, essenzialmente perché il cervello umano è molto abile a lavorare per schemi associativi: quindi attraverso il processo educativo e di apprendimento non è difficile creare quelle connessioni tra abilità visive, fonetiche e lessicali che permettono la decodifica del testo scritto.

La differenza sta, semmai nel contesto culturale: nel mondo esistono lingue più o meno “trasparenti” (o più o meno “opache”, che è il suo contrario) in funzione della maggiore o minore rispondenza tra il modo di scrivere i fonemi e il modo di pronunciarli: per capirci, la lingua italiana è tra le lingue più trasparenti: quanto si legge di pronuncia come si scrive, al netto di poche eccezioni. Invece, alcune lingue di ceppo sassone (inglese o tedesco) hanno numerose variazioni tra il modo di scrivere le parole e la relativa pronuncia.

Perché la trasparenza delle lingue è così importante? Perché l’incidenza della dislessia è direttamente proporzionale all’opacità di una lingua: nelle lingue opache ci sono più bambini dislessici; in Italia, l’incidenza della dislessia (se la vediamo da questa prospettiva) è relativamente esigua, e tra le più basse al mondo (quindi anche alcune diagnosi andrebbero prese con cautela). Ovviamente è probabile trovare un’incidenza maggiore nei bambini stranieri che la nostra lingua la stanno apprendendo, specie se poi a casa la famiglia tende a parlare la lingua di origine, ma evidentemente non si può parlare di dislessia.

Imparare a leggere significa prima di tutto educare i sensi: addestrare la vista e l’udito a creare quelle connessioni necessarie alla corretta pronuncia fonetica dei vocaboli; creare queste associazioni è un percorso abbastanza complesso: non è detto che tutto vada per il verso giusto, ma un’adeguata consapevolezza del percorso che il cervello fa per arrivarvi permette agli educatori di intervenire dove qualcosa si è inceppato.

Questo, in estrema sintesi, il senso dei tre contributi che oggi pubblico qui: iniziamo a capirci attorno al termine lettura (primo documento), quindi andiamo a capire come il cervello si organizza nel processo di lettura (secondo documento: “il cervello nella lettura”); da ultimo, vediamo in che cosa consista, da un punto di vista della maturazione corticale, quel fenomeno che chiamiamo dislessia (terzo documento: “il cervello dislessico”), imputabile essenzialmente ad un mancato collegamento ( o a un “debole” collegamento) tra le aree del cervello coinvolte quando leggiamo.

Che cosa può fare l’educazione di fonte alla dislessia? Può fare moltissimo, a patto che vi sia un’adeguata consapevolezza dei termini del problema. Credo fermamente che l’educazione contemporanea e futura debba passare da un’adeguata conoscenza dei processi di evoluzione e maturazione cerebrale, dato che le neuroscienze ce lo permettono. Con questa consapevolezza è più facile comprendere “chi fa che cosa” delle diverse figure professionali e sociali (scuola, famiglia, servizi sociali, educatori, medici, riabilitatori) davanti ad un problema di apprendimento; c’è lavoro per tutti, se tutti sanno fare il loro lavoro. Buona lettura

La Lettura

Il cervello nella lettura

Il cervello dislessico

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Grafia, Ortografia, Disgrafia

La capacità di scrivere viene da lontano, sia da un punto di vista ontogenetico che da quello filogenetico.

In ordine allo sviluppo dell’apprendimento, scegliere di iniziare dalla scrittura è per me del tutto arbitrario: lo faccio solo perché si innesta con continuità rispetto ai discorsi pubblicati in precedenza. Quindi lo sviluppo dell’argomentazione relativa alla lettura e al calcolo seguiranno i prossimi giorni.

Ma entriamo rapidamente nel vivo: quali abilità servono per scrivere? In primo luogo un corretto sviluppo senso-motorio: il bambino arriva a scrivere correttamente se ha sviluppato:

– la dominanza emisomatica, che porta come conseguenza quella che chiamiamo “lateralizzazione”: nel corso della crescita il bambino scopre di avere una mano più “abile” dell’altra, pertanto quella non dominante farà da supporto. Ma non basta: collateralmente la dominanza investe l’apparato sensoriale (sviluppiamo un occhio ed un orecchio dominanti), e quello locomotorio (piede dominante).

– un corretto ed armonico sviluppo corporeo: la cosiddetta “presa di precisione” di cui la mano necessita per tenere correttamente la penna deriva da un corretto sviluppo della “presa di forza”, che a sua volta sottende un corretto sviluppo corporeo armonico di tutta la fisicità: bambini deboli o poco coordinati difficilmente riescono a scrivere correttamente.

Chi è quindi il bambino disgrafico? è colui a cui manca qualcuna delle tappe evolutive relative alla dominanza sensoriale (occhio e orecchio) e all’equilibrata motricità generale, presupposti necessari per scrivere.

Che cosa si può fare, quindi, per recuperare? Nel file in allegato si inizia con una dettagliata spiegazione del processo evolutivo ed educativo, con alcune indicazioni motorie e terapeutiche per il recupero delle abilità mancanti; non si tratta di interventi particolarmente specializzati, ma di giochi motori e attività didattiche che ogni insegnante o genitore può sviluppare con i bambini, prima di dover scegliere necessariamente un intervento specialistico.

Ancora una volta, un ringraziamento ed una menzione particolare al dott. Angelo Luigi Sangalli, a cui si deve la sistematizzazione di questa parte, e al cui testo “Attività Motoria Compensativa” (Ed. TrentoUno, Trento, 2004) si rimanda per ulteriori approfondimenti.

Grafia, Ortografia, Disgrafia

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Sviluppo e dinamica della senso-motricità

Aggiungiamo al processo di apprendimento un ulteriore elemento di complessità: apprendere, in senso lato, e le conseguenti difficoltà, dipende da due macro-fattori:

1) in primo luogo, come scrivevo nel precedente articolo, relativamente alla complessità della trasmissione della nostra cultura;

2) in secondo luogo, perché il processo di crescita del bambino passa attraverso fasi importanti e delicate durante le quali non è scontato che tutto vada come previsto: pertanto solo una corretta conoscenza del normale processo di sviluppo senso-motorio del bambino rende conto di come si possano sviluppare le corrette abilità necessarie ad apprendere, e di che cosa accada (e quindi, di che cosa si possa fare) nel caso qualcosa non vada per il verso giusto.

I due contributi di oggi focalizzano l’attenzione su questi aspetti, che riassumo in fase preliminare, lasciando poi i dettagli al materiale in allegato.

Secondo una prospettiva sistematizzata specialmente da Doman e Delacato, il processo di sviluppo senso-motorio si articola in sette fasi, che vanno dalle prime settimane di vita fino al sesto-settimo anno di età: in ciascuna di queste fasi il cervello del bambino matura e sviluppa quelle abilità che saranno necessarie alle 6 abilità di base necessarie all’apprendimento, che riguardano:

– in ambito sensoriale: vista, udito e tatto;

– in ambito motorio: linguaggio, mobilità, manualità.

Il primo contributo è dedicato a riassumere lo sviluppo di queste fasi, con particolare attenzione alla fascia di età che va dai 3 ai 6 anni. Quindi segue un secondo contributo, più breve, dove si evidenziano i casi di eventuali deviazioni o distorsioni nel normale processo di sviluppo, con relativa descrizione di alcuni disturbi percettivi e alcune prassi riabilitative.

Una menzione e un ringraziamento particolare va all’amico e collega Angelo Luigi Sangalli, dal cui testo “Attività Motoria Compensativa” – Ed. TrentoUno, sono stratte le maggiori informazioni, e alla cui trattazione si rimanda per ulteriori approfondimenti.

Chiariti questi importanti elementi preliminari, dal prossimo articolo sarà possibile parlare di grafia, ortografia e scrittura: sempre nel novero del corretto processo di sviluppo, la cui comprensione è necessaria per definire e affrontare i problemi di disgrafia e disortografia.

Abilità sensomotorie

Dinamica della Percezione Sensoriale

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